1 Febbraio 2022

MEN’S & WOMEN

Sesso, desiderio, rabbia, turbamenti, gioia, vita e morte. Sono alcune opzioni di scambio della vita. Sono opzioni che Claudio Di Carlo – artista di cui sono note le sue contaminazioni con il Rock e la musica Pop – semplifica in pittura, suscitando quesiti e facendoci chiedere se dipinga soggetti o idee. Nei suoi dipinti, i volti, le mani, i piedi, le bocche, le gambe, le figure, sono “paesaggi”, sono “architetture”.

Nella nuova serie di lavori, raggruppati in quindici tele e un video, le forme sono un non luogo, sono turbamenti di figure o di soggetti che non sognano finalità tanto diverse da quello che appare. Come in un gioco tragico e sacrificale si passa da un soggetto all’altro, dove nei corpi femminili rappresentati non sembra minimamente affiorare utopia di liberazione o di riscatto. Tanto da riportare alla mente “Histoire d’O”, il film erotico francese di Just Jaeckin del 1975.  Ma c’è anche Baudrillard, che ne Lo scambio Impossibile scrive: “La nostra società di servizi è una società di servi, di uomini asserviti al loro proprio uso, alle loro funzioni e alle loro performance – totalmente emancipati e totalmente servi”.

Così, come in un delirio ossessivo e ripetuto, le gambe e i piedi sono dappertutto: piedi che calzano scarpe o che restano nudi, passivi, piedi nell’atto di camminare o dei quali affiorano comportamenti seduttivi. Più che composizioni sembrano luoghi, territori dove le forme giacciono o si presentano come una città vista dall’alto.

Il fascino è nelle cromie, con i toni dei colori talvolta acidi, e nello stilema ripetuto dell’artista. La declinazione atomica delle figure ha un rapporto particolare con la carnalità, con la vita e il suo eros. Una declinazione che si dipana in particolari fisici connessi alla comunicazione, particolari come occhi, labbra, mani, visi, gambe, piedi, braccia.

La gamma cromatica è ridotta nei colori. Due o tre al massimo.

Le linee sono decise. Definiscono profili, si adagiano attorno agli occhi, alla bocca, al naso… indicano la pelle.

Adriana Martino

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